Comunicazione

Gli ausiliari nei dialetti dei Castelli Romani

Stefania Tufi

co056

Liverpool John Moores University
School of Modern Languages

Liverpool, Granbretagna

LANSTUFI@livjm.ac.uk

I dialetti dei Castelli Romani sono di particolare interesse a causa della loro particolare situazione geolinguistica. Nonostante la vicinanza geografica e gli scambi continui con Roma, la cui varietà linguistica rappresenta il modello di prestigio, questi dialetti presentano peculiarità che non sembrano aver risentito delle interferenze esercitate a vari livelli dalla varietà romana.

Uno degli aspetti linguistici già messo in evidenza da Lorenzetti (1995) e non condiviso con la varietà romana è la distribuzione degli ausiliari nella formazione dei tempi composti, e in particolare del passato prossimo.

La letteratura esistente sulla distribuizione degli ausiliari in italiano e in vari dialetti include approcci di varia natura. Si va dalla prospettiva semantica di studi quali Centineo (1996), Giammarco (1973) e Tuttle (1986) a quella sintattica delle ricerche di Burzio (1986), La Fauci (1989) e Kayne (1993), per citare solo alcuni esempi. I vari approcci, che adottano di volta in volta un taglio sincronico, o diacronico, o entrambi, non spiegano tuttavia in modo unitario l’esistenza di una gamma di possibilità. In questo senso i dialetti dei Castelli Romani arricchiscono (e complicano) ulteriormente il ventaglio di possibilità in quanto la scelta dell’ausiliare dipende dal tempo verbale (l’alternanza esiste soltanto nel passato prossimo), dalla classe verbale e dalla persona grammaticale.

I dati raccolti nell’ambito della ricerca svolta per il mio dottorato presso il Dipartimento di Linguistica dell’Università di Manchester sono relativi ad una sub-area che comprende i centri di Marino, Castel Gandolfo e Genzano. Questi dati in parte confermano l’ipotesi iniziale derivata da un progetto pilota, e cioè che l’ausiliare ESSERE è usato in tutte le persone con i verbi inaccusativi, impersonali, riflessivi e reciproci (come nello standard). ESSERE inoltre si trova nelle prime e seconde persone con i verbi transitivi e inergativi (al contrario dell’italiano standard), con l’uso dell’ausiliare AVERE limitato alle terze persone. Es.:

sono mangiato/telefonato

sei mangiato/telefonato

ha mangiato/telefonato

siamo mangiato/telefonato

siete mangiato/telefonato

hanno mangiato/telefonato

I dati hanno però messo in luce altri esiti, come per esempio l’uso di AVERE nelle terze persone in costruzioni riflessive transitive, con accordo del participio passato vincolato dalla presenza di un clitico (es. Anna s’ha mangiato la pasta). Questi diversi esiti diventano più interessanti in quanto non regolari (cioè esibiti da alcuni parlanti del campione che non condividono i classici parametri sociolinguistici). Ciò non stupisce in quanto in situazioni di particolare fluidità nel panorama dialettale italiano contemporaneo (quale la nostra) la permanenza o l’introduzione di alcuni tratti linguistici sono a volte espressione di un idioletto inteso come scelta linguistica motivata da fattori più personali e non solamente riconducibili a parametri che presuppongono una realtà più fissa/immobile.

Dati raccolti da pubblicazioni degli anni ’20 hanno permesso anche una ricostruzione parziale in sincronia di una costruzione, per esempio, non più esistente attualmente. Si tratta per il dialetto marinese dell’uso di ESSERE nella terza persona plurale di verbi transitivi e inergativi, sia in presenza che in assenza di clitici (Es. ”Ne sono parlato in tutto il mondo (della festa)”; ”A Marino sono aperto una bottega…”). Conclusioni parziali in base ai dati disponibili parrebbero suggerire una sorta di ”convergenza” di questi dialetti verso lo standard. Per esempio, ESSERE alla terza persona plurale di verbi transitivi e inergativi non è più usato e l’AVERE di esempi quali ”Anna s’ha mangiato la pasta” rappresenta un’eccezione ed è quindi in estinzione (?). Come è noto, tuttavia, la nozione di convergenza è problematica in quanto presuppone l’identificazione finale di due lingue o varietà linguistiche. La situazione di stretto contatto tra i dialetti dei Castelli Romani e la varietà romana, tuttavia, non sembra aver influenzato la distribuzione degli ausiliari nei tempi composti come si presenta nei dialetti dei Castelli Romani, in quanto questo elemento è avvertito come estraneo nella varietà romana. Ciò porterebbe a ipotizzare che, per esempio, le strutture in uso negli anni ’20 non esistono più probabilmente a causa di una evoluzione interna al dialetto in questione o al gruppo di dialetti affini e non necessariamente a causa di una pressione esercitata dalla varietà esterna di prestigio.

Al di là delle implicazioni teoriche particolari, i dati raccolti nei Castelli Romani costituiscono comunque materiale utile per una maggiore comprensione del fenomeno dell’ausiliazione nell’italiano standard e non-standard. E` necessario infatti ampliare quanto più possibile il corpus dei dati disponibili nei vari contesti dialettali e prenderne in considerazione gli esiti più diparati per poter mirare ad una spiegazione univoca.